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Il giorno che all’Azteca si giocò la partita del secolo: Italia-Germania 4-3

Italia-Germania 4-3, la storica Partita del Secolo ai Mondiali di Messico 1970

In Italia non serve dire chi giocava, né in che torneo, né chi vinse. Basta dire il 4-3. Due cifre separate da un trattino, e chi ha più di cinquant'anni sa già dove eravamo tutti quella notte, e chi non c'era lo ha sentito raccontare così tante volte da avere ricordi che non gli appartengono.

Fu il 17 giugno 1970, allo stadio Azteca di Città del Messico. Fu una semifinale, non una finale. L'Italia la vinse e quattro giorni dopo perse tutto. E nonostante questo, all'ingresso di quello stadio c'è una targa che non celebra un campione del mondo ma quella sera, quelle due squadre, quei sette gol.

È l'unica partita del genere. Il calcio ricorda i vincitori. Di questa ha deciso di ricordare il dolore.

In breve

  • Partita: Italia-Germania Ovest 4-3, semifinale del Mondiale 1970, dopo i tempi supplementari.
  • Quando e dove: 17 giugno 1970, Estadio Azteca di Città del Messico, 2.200 metri di altitudine, 102.444 spettatori, arbitro Arturo Yamasaki.
  • Gol: Boninsegna 8', Schnellinger 90', Müller 94', Burgnich 98', Riva 104', Müller 110', Rivera 111'.
  • Cinque dei sette gol arrivarono nella mezz'ora dei supplementari.
  • Dopo: l'Italia perse la finale col Brasile 4-1, il 21 giugno, nello stesso stadio.

Un'Italia che non segnava e un Paese che non ci credeva

Bisogna partire da qui, altrimenti non si capisce niente di quella notte: fino a due settimane prima, quell'Italia era considerata una delusione.

Era la Nazionale campione d'Europa in carica, e nel girone del Messico segnò un gol in tre partite. Uno. Lo fece Angelo Domenghini contro la Svezia il 3 giugno, al decimo minuto, e poi il nulla: 0-0 con l'Uruguay, 0-0 con Israele. Si passò il turno amministrando, con il calcio all'italiana che in quegli anni era una filosofia e un'accusa insieme.

In patria si litigava su tutto. Sulla staffetta di Ferruccio Valcareggi, che alternava Sandro Mazzola e Gianni Rivera come se fossero incompatibili, e forse in campo lo erano davvero. Su Gigi Riva, che al Cagliari faceva cose sovrumane e in azzurro veniva servito poco. Sull'idea, molto italiana, che il talento sia un problema di ordine pubblico.

Poi ai quarti arrivò il 4-1 al Messico padrone di casa, e all'improvviso quella squadra brutta era in semifinale.

Davanti c'era la Germania Ovest, che tre giorni prima a León aveva eliminato l'Inghilterra campione del mondo in carica, rimontando da 0-2 e vincendo 3-2 ai supplementari. Arrivavano all'Azteca con centoventi minuti nelle gambe. Avevano Franz Beckenbauer, che a ventiquattro anni stava riscrivendo il modo di giocare da difensore, e Gerd Müller, che segnava con una naturalezza che offendeva gli avversari.

Novanta minuti di niente, poi Schnellinger

L'Italia segnò subito. Ottavo minuto, Roberto Boninsegna, 1-0. E poi fece quello che sapeva fare meglio al mondo: si chiuse.

Ottantadue minuti di trincea, a duemiladuecento metri di altitudine, con l'aria che non basta e le gambe che si riempiono di sabbia. La Germania spingeva senza trovare la porta, l'Italia respingeva contando i minuti. Chi guardava in televisione in bianco e nero smise di divertirsi presto e cominciò solo a soffrire, che è un altro modo di essere appassionati.

Il novantesimo arrivò con l'Italia in finale. Poi entrò in area un difensore biondo che di mestiere non segnava.

Karl-Heinz Schnellinger giocava nel Milan, parlava italiano, conosceva quei giocatori uno per uno perché li affrontava ogni domenica. In quarantasette partite con la Germania non aveva mai segnato. Segnò lì, in spaccata, nel recupero del tempo regolamentare, l'unico gol della sua vita in nazionale, contro il Paese in cui lavorava.

1-1. Supplementari. Nessuno lo sapeva ancora, ma la partita non era neanche cominciata.

Mezz'ora che non somiglia a nessun'altra

Quello che accadde nei trenta minuti successivi non ha equivalenti nella storia dei Mondiali, e chi lo racconta finisce sempre per usare le mani invece delle parole.

Quarto minuto del primo supplementare: Müller, 2-1 Germania. L'Italia era passata dalla finale in tasca alla valigia in mano nel giro di quattro minuti.

Novantottesimo: Tarcisio Burgnich, un terzino che in tutta la carriera in azzurro segnò quasi nulla, si trovò il pallone davanti e lo mise dentro. 2-2.

Centoquattresimo: Gigi Riva. Rombo di Tuono. Il ragazzo del Nord che aveva scelto Cagliari e che l'Italia intera aveva imparato ad aspettare, mise il 3-2 e mandò una nazione a sbattere contro il soffitto.

Centodecimo: ancora Müller, 3-3. Perché quella sera nessun vantaggio durava più di sei minuti.

E poi il centoundicesimo. Un minuto dopo, uno solo. Gianni Rivera, il golden boy, il ragazzo elegante che quel torneo lo aveva passato a chiedersi perché non giocasse, si presentò davanti a Sepp Maier e non calciò forte. Lo accompagnò dentro, piano, come si chiude una porta per non svegliare qualcuno.

4-3.

Non fu esultanza, fu liberazione collettiva. In Italia era notte e la gente uscì in strada in pigiama, in un Paese che nel 1970 non usciva in strada per il calcio.

Il Kaiser con il braccio al collo

C'è un dettaglio di quella partita che vale da solo tutto il mito, e non riguarda un gol.

Nella ripresa Beckenbauer si lussò una spalla. Non uscì. Non poteva: la Germania aveva già esaurito le due sostituzioni che il regolamento di allora concedeva. Così giocò l'ultima parte dei tempi regolamentari e tutti i supplementari con il braccio fasciato al collo, correndo storto, dando ordini con l'altra mano.

Quell'immagine ha superato il risultato. È diventata la fotografia di che cosa significhi non arrendersi, e la usano ancora persone che non hanno la minima idea di come finì la partita.

Non era solo orgoglio tedesco. Era il segno che quella sera nessuno voleva andare via.

Quello che restò, e quello che si perse quattro giorni dopo

La verità scomoda è che il 4-3 non portò a niente.

Il 21 giugno, nello stesso Azteca, l'Italia trovò il Brasile di Pelé, Jairzinho e Carlos Alberto, la squadra più bella che si sia mai vista, e perse 4-1. Segnò ancora Boninsegna, poi fu una lezione. Quattro giorni prima quegli undici uomini avevano corso mezz'ora in più a duemiladuecento metri: chi c'era ha sempre sostenuto che la finale l'avessero lasciata all'Azteca già mercoledì.

E però nessuno, in Italia, ricorda il 4-1. Tutti ricordano il 4-3.

Succede perché certe notti valgono più dei trofei che non hai vinto. È la stessa ragione per cui dodici anni dopo l'urlo di Tardelli a Madrid è diventato più famoso della coppa che quel gol contribuì a vincere, e per cui il 3-2 al Brasile al Sarrià pesa nella memoria più di una finale. Il calcio italiano si ricorda per le notti in cui ha sofferto meglio degli altri.

Nel 2024 quella partita ha cominciato a chiudersi davvero. Il 7 gennaio è morto Franz Beckenbauer, a 78 anni. Quindici giorni dopo, il 22 gennaio, è morto Gigi Riva, a 79, ed è ancora oggi il capocannoniere della Nazionale con 35 gol in 42 partite, un record che dura da mezzo secolo. In maggio è andato via anche Schnellinger, l'uomo del pareggio al novantesimo, che senza saperlo aveva regalato all'Italia la sua notte più bella.

Tre protagonisti in cinque mesi. Le partite non muoiono quando finiscono, muoiono quando finiscono i testimoni.

Perché la chiamano ancora la partita del secolo

Perché lo dice una targa di pietra, e non l'ha scritta un giornale italiano.

All'ingresso dell'Azteca c'è una lastra che rende omaggio alle nazionali di Italia (4) e Germania (3), protagoniste nel Mondiale del 1970 della Partita del Secolo, 17 giugno 1970. La mise il Messico, che quella sera stava a guardare. Non celebra un vincitore, celebra un evento: è la cosa più rara che possa capitare a novanta minuti di calcio, più trenta.

Quella targa è ancora lì. Nel giugno del 2026 il Mondiale è tornato all'Azteca, e insieme al gol di mano di Maradona e al volo di Pelé i messicani hanno rimesso in vetrina anche il nostro 4-3, cinquantasei anni dopo, mentre in campo giocavano ragazzi nati quarant'anni dopo quella sera.

Il resto delle notti che hanno fatto la nostra memoria sportiva lo trovate nell'archivio di "Il giorno che", una per una. Ma cominciate da questa. Perché il 4-3 non è la partita più importante mai giocata dall'Italia. È soltanto quella che, cinquant'anni dopo, riusciamo ancora a raccontare senza guardare i numeri.

Domande frequenti

Quando si giocò Italia-Germania 4-3?

Il 17 giugno 1970, allo stadio Azteca di Città del Messico. Era la semifinale del Mondiale, davanti a 102.444 spettatori, con arbitro il peruviano naturalizzato messicano Arturo Yamasaki.

Chi segnò i gol di Italia-Germania 4-3?

Boninsegna all'8', Schnellinger al 90', Müller al 94', Burgnich al 98', Riva al 104', Müller al 110' e Rivera al 111'. Cinque dei sette gol arrivarono nei tempi supplementari.

Perché si chiama la partita del secolo?

Per la quantità di ribaltamenti in mezz'ora e perché all'ingresso dell'Azteca il Messico fece apporre una targa che celebra quella semifinale e le due squadre che la giocarono. È l'unico caso in cui uno stadio dedica una lapide a una partita che non è una finale.

Perché Beckenbauer giocò con il braccio fasciato?

Si lussò una spalla nella ripresa e non poteva essere sostituito, perché la Germania Ovest aveva già utilizzato le due sostituzioni consentite dal regolamento dell'epoca. Restò in campo per tutti i supplementari con il braccio legato al collo.

Come finì il Mondiale 1970 per l'Italia?

Con la finale persa 4-1 contro il Brasile, il 21 giugno 1970, ancora all'Azteca. Il gol azzurro fu di Boninsegna. Il Brasile vinse il torneo e si aggiudicò definitivamente la Coppa Rimet.

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